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Storie dell’anima

Storie dell’anima

DARE TUTTO PER CHI SI AMA

Alcuni anni fa, mentre lavoravo in ospedale, conobbi di un caso che mi è rimasto impresso nella memoria. Una bimba era ricoverata da alcuni mesi perché soffriva di una rara malattia. L’unica opportunità per recuperare la sua salute era il suo fratellino di 5 anni. Con una trasfusione di sangue avrebbe avuto molte probabilità di salvarsi.

Il dottore che si occupava del caso, spiegò al bambino, nel modo migliore che seppe, qual era la situazione: “Saresti disposto a donare il tuo sangue alla tua sorellina? Questo è l’unico modo che abbiamo per salvarla”. Dopo alcuni secondi, il piccolo diede un lungo sospiro di sollievo e rispose: “Sì, facciamolo se è necessario perché la mia sorellina resti in vita”.

Mentre realizzavano la trasfusione, entrambi i fratelli si guardarono negli occhi e il bambino inizio a sorridere non appena vide le guance della sua sorellina riacquistare colore. Invece nello stesso momento il suo volto impallidì e una lacrima gli cadde sulla guancia, mentre domandava al dottore: “Quando inizierò a morire?”.

Il povero bambino pensava di dover dare tutto il suo sangue e, ciò nonostante, aveva deciso di sacrificare la sua vita per lei. E’ che la generosità non ha limiti quando si ama davvero.

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LE ULTIME VOLONTÀ DI ALESSANDRO MAGNO

Alessandro Magno (356-323 a.C), figlio di Filippo e di Olimpia, re di Macedonia, era stato autore di gesta straordinarie.
Aveva espugnato Tebe, consolidando l’egemonia macedone sulla Grecia. Atteggiandosi a vendicatore dei greci, assalì e distrusse l’impero persiano di Dario III, conquistando l’Asia Minore, la Siria, la Persia e l’Egitto, dove fondò la città di Alessandria.
La sua vita breve e intensa era segnata però dal destino.
Una malattia lo colpì mentre stava nella città di Babilonia.

Si rese conto che era giunta la sua ora e, in punto di morte, convocò i suoi fidati generali, per dettar loro le sue ultime volontà. “Ho tre precisi desideri da esprimervi”, disse.

“1) Che la mia bara sia trasportata a spalle da nessun altro se non dai medici che non hanno saputo guarirmi.
2) Che i tesori, gli ori e le pietre preziose conquistate ai nemici vengano sparse e disseminate a vantaggio del popolo, lungo la strada che porta alla mia tomba.
3) Che le mie mani siano lasciate penzolare fuori della bara, alla chiara vista di tutti.”

Uno dei generali, scioccato da queste strane ed inaudite ultime volontà del grande condottiero, chiese ad Alessandro:
“Sire, qual è mai il motivo di tutto questo?”
L’imperatore, con la voce ormai bassa e tremula, gli rispose:

“1) Voglio solo i medici a portarmi all’ultima mia dimora, per dimostrare a tutti che non hanno alcun potere di fronte alla malattia e alla morte.
2) Voglio il suolo pubblico ricoperto dai miei tesori, perché la gente umile ne tragga qualche vantaggio, ma soprattutto per ricordare a tutti che i beni materiali, qui conquistati, qui restano.
3) Voglio le mie mani penzolanti al vento, perché la gente capisca che a mani vuote veniamo e a mani vuote andiamo via.”

Questo episodio ci ricorda e ci insegna che il regalo più prezioso che abbiamo nella nostra vita è il tempo.
Possiamo conquistare, possiamo costruire case e palazzi, possiamo dipingere più quadri e scrivere più romanzi, possiamo accumulare più ricchezze, ma non possiamo produrre più tempo.
E’ per questo che, quando dedichiamo quel po’ di tempo che abbiamo e quel po’ che ci rimane ad una persona che amiamo, al Signore che ci ha permesso di vedere la luce del sole, di amare, di gioire e di soffrire, insomma di vivere, facciamo una grande opera.
Stiamo cioè dedicando a qualcosa e a qualcuno una porzione della nostra vita che non potremo più recuperare.

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LA CLINICA DEL SIGNORE

Sono stato nella clinica del Signore per farmi dei controlli di routine e ho constatato che ero ammalato.
Quando il Signore mi misurò la pressione, vide che avevo la Tenerezza “bassa”.
Nel misurarmi la temperatura, il termometro registrò 40º di Ansietà. Mi fece un elettrocardiogramma e la diagnosi fu che avevo bisogno di diversi by pass di Amore, perché le mie arterie erano bloccate dalla Solitudine e non irroravano il mio cuore vuoto.

Andai in Ortopedia, dato che non potevo camminare al fianco del mio fratello, e non potevo dargli un abbraccio fraterno, perché lo avevo fratturato inciampando nell’ l’Invidia. Mi riscontrò anche una Miopia, dato che non potevo vedere al di là delle cose negative del mio prossimo. Quando dissi di essere Sordo, il Signore mi diagnosticò che avevo tralasciato di ascoltare ogni giorno la sua Voce.

È per questo che il Signore mi ha fatto una consulenza gratuita, e, grazie alla sua grande misericordia, prometto che, uscendo da questa Clinica, prenderò solamente le medicine naturali che mi ha prescritto attraverso la sua Verità:

• Appena alzato dal letto, bere un bicchiere di “Riconoscenza”.
• Prima di andare al lavoro, prendere un cucchiaio di Pace.
• Ad ogni ora, ingerire una compressa di Pazienza e una coppa di Umiltà.
• Al ritorno a casa, iniettarmi una dose di Amore.
• E, prima di andare a letto, prendere due capsule di Coscienza Tranquilla.

Non deprimerti né disperarti prima di vivere questo giorno. Dio sa come ti senti. Dio sa perfettamente quello che sta succedendo nella tua vita, proprio in questo momento. Il disegno di Dio su di te è meravigliosamente perfetto. Egli desidera mostrarti molte cose che comprenderai solamente stando nel posto dove attualmente stai ora e nella condizione che vivi in questo posto.

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UNA TELEFONATA A DIO

VUOI TELEFONARE A DIO?
Controlla che il prefisso sia giusto…
Non comporre il numero senza pensarci bene per non fare una telefonata a vuoto.
Non irritarti quando senti il segnale di «occupato». Attendi e riprova.
Sei certo di avere composto il numero giusto?
Ricorda che una conversazione telefonica con Dio non è un monologo.
Non parlare continuamente tu, ma ascolta che cosa ha da dirti Lui.
Se la comunicazione si interrompe, verifica se sei stato tu ad aver interrotto il collegamento.
Non abituarti a chiamare Dio unicamente in casi di emergenza, scegliendo solo il numero di pronto intervento, ma anche per ringraziarlo.
Non telefonare a Dio solo alle ore della «tariffa ridotta», ossia prevalentemente di domenica mattina.
Anche nei giorni feriali dovrebbe esserti possibile una breve chiamata ad intervalli regolari, anche per dirGli come sta….
Ricordati che le telefonate con Dio sono senza scatti.
Non dimenticarti di richiamare Dio che ti lascia incessantemente messaggi sulla tua segreteria telefonica.
N.B.: Se nonostante l’osservazione di queste norme, la comunicazione risulta difficile, rivolgiti con fiducia allo Spirito Santo:
Egli riattiverà la linea.
Se il tuo apparecchio non funziona per niente, portalo al seminario di riparazione che si chiama anche il sacramento del perdono.
Qualsiasi apparecchio è garantito a vita e sarà rimesso a nuovo da un trattamento gratuito.

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L’UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI

>>LEGGI IL RACCONTO DI JEAN GIONO ONLINE<<

L’uomo che piantava gli alberi, la storia di un uomo che con la sua pazienza e tenacia silenziosa ha ridato speranza ad una valle e ad una comunità disperata, tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono.
“Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”.
Splendido film d’animazione di Frédérick Back, vincitore del premio Oscar per il miglior film d’animazione nel 1988.

(fonte: Qumran2.net)

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gesù

LA PORTA

Bruno Ferrero

C'è un quadro famoso che rappresenta Gesù in un giardino buio. Con la mano sinistra alza una lampada che illumina la scena, con la destra bussa ad una porta pesante e robusta. Quando il quadro fu presentato per la prima volta ad una mostra, un visitatore fece notare al pittore un particolare curioso. "Nel suo quadro c'è un errore. La porta è senza maniglia". "Non è un errore" rispose il pittore. "Quella è la porta del cuore umano. Si apre solo dall'interno".

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perché pregare

LA FEDE

Bruno Ferrero

I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foge pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L'erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un'ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All'ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. Pregare è chiedere la pioggia, credere è portare l'ombrello.

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principessa

LA PRINCIPESSA

C'era una volta un re che aveva una figlia di grande bellezza e straordinaria intelligenza.

La principessa soffriva però di una misteriosa malattia. Man mano che cresceva, si indebolivano le sue braccia e le sue gambe, mentre vista e udito si affievolivano. Molti medici avevano invano tentato di curarla.

Un giorno arrivò a corte un vecchio, del quale si diceva che conoscesse il segreto della vita. Tutti i cortigiani si affrettarono a chiedergli di aiutare la principessa malata. Il vecchio diede alla fanciulla un cestino di vimini, con un coperchio chiuso, e disse: «Prendilo e abbine cura. Ti guarirà».

Piena di gioia e attesa, la principessa aprì il coperchio, ma quello che vide la sbalordì dolorosamente. Nel cestino giaceva infatti un bambino, devastato dalla malattia, ancor più miserabile e sofferente di lei.

La principessa lasciò crescere nel suo cuore la compassione. Nonostante i dolori prese in braccio il bambino e cominciò a curarlo. Passarono i mesi: la principessa non aveva occhi che per il bambino. Lo nutriva, lo accarezzava, gli sorrideva. Lo vegliava di notte, gli parlava teneramente. Anche se tutto questo le costava una fatica intensa e dolorosa.

Quasi sette anni dopo, accadde qualcosa di incredibile. Un mattino, il bambino cominciò a sorridere e a camminare. La principessa lo prese in braccio e cominciò a danzare, ridendo e cantando. Leggera e bellissima come non era più da gran tempo. Senza accorgersene era guarita anche lei.

Signore, quando ho fame mandami qualcuno che ha bisogno di cibo;
quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di acqua;
quando ho freddo, mandarmi qualcuno da riscaldare;
quando sono nella sofferenza, mandami qualcuno da consolare;

quando la mia croce diviene pesante, dammi la croce di un altro da condividere;
quando sono povero, portami qualcuno che è nel bisogno;

quando non ho tempo, dammi qualcuno da aiutare per un momento;

quando mi sento scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare;

quando sento il bisogno di essere compreso, dammi qualcuno che ha bisogno della mia comprensione;

quando vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, mandami qualcuno di cui prendermi cura;

quando penso a me stesso, rivolgi i miei pensieri ad altri.

 

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bruchi

I BRUCHI

(Bruno Ferrero)

C'era una volta un gelso centenario, pieno di rughe e di saggezza, che ospitava una colonia di piccoli bruchi. Erano bruchi onesti, laboriosi, di poche pretese. Mangiavano, dormivano e, salvo qualche capatina al bar del penultimo ramo a destra, non facevano chiasso.

La vita scorreva monotona, ma serena e tranquilla. Faceva eccezione il periodo delle elezioni, durante il quale i bruchi si scaldavano un po' per le insanabili divergenze tra la destra, la sinistra e il centro. I bruchi di destra sostengono che si comincia a mangiare la foglia da destra, i bruchi di sinistra sostengono il contrario, quelli di centro cominciano a mangiare dove capita. Alle foglie naturalmente nessuno chiedeva mai un parere. Tutti trovavano naturale che fossero fatte per essere rosicchiate.

Il buon vecchio gelso nutriva tutti e passava il tempo sonnecchiando, cullato dal rumore delle instancabili mandibole dei suoi ospiti. Bruco Giovanni era tra tutti il più curioso, quello che con maggiore frequenza si fermava a parlare con il vecchio e saggio gelso.

"Sei veramente fortunato, vecchio mio", diceva Giovanni al gelso.

"Te ne stai tranquillo in ogni caso. Sai che dopo l'estate verrà l'autunno, poi l'inverno, poi tutto ricomincerà. Per noi la vita è così breve. Un lampo, un rapido schioccar di mandibole e tutto è finito".

Il gelso rideva e rideva, tossicchiando un po': "Giovanni, Giovanni, ti ho spiegato mille volte che non finirà così! Diventerai una creatura stupenda, invidiata da tutti, ammirata…".

Giovanni agitava il testone e brontolava: "Non la smetti mai di prendermi in giro. Lo so bene che noi bruchi siamo detestati da tutti. Facciamo ribrezzo. Nessun poeta ci ha mai dedicato una poesia.

Tutto quello che dobbiamo fare è mangiare e ingrassare. E basta".

"Ma Giovanni", chiese una volta il gelso, "tu non sogni mai?". Il bruco arrossì. "Qualche volta", rispose timidamente. "E che cosa sogni?".

"Gli angeli", disse, "creature che volano, in un mondo stupendo".

"E nel sogno sei uno di quelli?". "…Sì", mormorò con un fil di voce il bruco Giovanni, arrossendo di nuovo. Ancora una volta, il gelso scoppiò a ridere. "Giovanni, voi bruchi siete le uniche creature i cui sogni si avverano e non ci credete!". Qualche volta, il bruco Giovanni ne parlava con gli amici. "Chi ti mette queste idee in testa?", brontolava Pierbruco.

"Il tempo vola, non c'è niente dopo! Niente di niente. Si vive una volta sola: mangia, bevi e divertiti più che puoi! "Ma il gelso dice che ci trasformeremo in bellissimi esseri alati…". "Stupidaggini. Inventano di tutto per farci stare buoni", rispondeva l'amico. Giovanni scrollava la testa e ricominciava a mangiare. "Presto tutto finirà…scrunch… Non c'è niente dopo…scrunch… Certo, io mangio..scrunch, bevo e mi diverto più che posso…scrunch… ma…scrunch…non sono felice…scrunch… I sogni resteranno sempre sogni. Non diventeranno mai realtà. Sono sono illusioni", bofonchiava, lavorando di mandibole.

Ben presto i tiepidi raggi del sole autunnale cominciarono ad illuminare tanti piccoli bozzoli bianchi tondeggianti sparsi qua e là sulle foglie del vecchio gelso. Un mattino, anche Giovanni, spostandosi con estrema lentezza, come in preda ad un invincibile torpore, si rivolse al gelso. "Sono venuto a salutarti. È la fine. Guarda sono l'ultimo. Ci sono solo tombe in giro. E ora devo costruirmi la mia!". "Finalmente! Potrò far ricrescere un po' di foglie! Ho già incominciato a godermi il silenzio! Mi avete praticamente spogliato! Arrivederci, Giovanni!", sorrise il gelso. "Ti sbagli gelso. Questo…sigh…è…è un addio, amico!", disse il bruco con il cuore gonfio di tristezza. "Un vero addio. I sogni non si avverano mai, resteranno sempre e solo sogni. Sigh!".

Lentamente, Giovanni cominciò a farsi un bozzolo. "Oh", ribatté il gelso, "vedrai". E cominciò a cullare i bianchi bozzoli appesi ai suoi rami. A primavera, una bellissima farfalla dalle ali rosse e gialle volava leggera intorno al gelso. "Ehi, gelso, cosa fai di bello? Non sei felice per questo sole di primavera?". "Ciao Giovanni! Hai visto, che avevo ragione io?"sorrise il vecchio albero.

"O ti sei già dimenticato di come eri poco tempo fa?".

Parlare di risurrezione agli uomini è proprio come parlare di farfalle ai bruchi.

Molti uomini del nostro tempo pensano e vivono come i bruchi.

Mangiano, bevono e si divertono più che possono: dopotutto non si vive una volta sola?

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croce

IL GRANDE BURRONE

(Bruno Ferrero)

Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: "Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!" Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l'altro. Anche lui era nell'interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po' si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente accorciarla un po' e tribolerei molto meno", si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d'un bel pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la "terra della felicità eterna". Era una visione incantevole quella che si vedeva dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: "Ah, se l'avessi saputo…".

La croce è l'unica via di salvezza per gli uomini, l'unico ponte che conduce alla vita eterna.

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