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Storie dell’anima

LE ULTIME VOLONTÀ DI ALESSANDRO MAGNO

Alessandro Magno (356-323 a.C), figlio di Filippo e di Olimpia, re di Macedonia, era stato autore di gesta straordinarie.
Aveva espugnato Tebe, consolidando l’egemonia macedone sulla Grecia. Atteggiandosi a vendicatore dei greci, assalì e distrusse l’impero persiano di Dario III, conquistando l’Asia Minore, la Siria, la Persia e l’Egitto, dove fondò la città di Alessandria.
La sua vita breve e intensa era segnata però dal destino.
Una malattia lo colpì mentre stava nella città di Babilonia.

Si rese conto che era giunta la sua ora e, in punto di morte, convocò i suoi fidati generali, per dettar loro le sue ultime volontà. “Ho tre precisi desideri da esprimervi”, disse.

“1) Che la mia bara sia trasportata a spalle da nessun altro se non dai medici che non hanno saputo guarirmi.
2) Che i tesori, gli ori e le pietre preziose conquistate ai nemici vengano sparse e disseminate a vantaggio del popolo, lungo la strada che porta alla mia tomba.
3) Che le mie mani siano lasciate penzolare fuori della bara, alla chiara vista di tutti.”

Uno dei generali, scioccato da queste strane ed inaudite ultime volontà del grande condottiero, chiese ad Alessandro:
“Sire, qual è mai il motivo di tutto questo?”
L’imperatore, con la voce ormai bassa e tremula, gli rispose:

“1) Voglio solo i medici a portarmi all’ultima mia dimora, per dimostrare a tutti che non hanno alcun potere di fronte alla malattia e alla morte.
2) Voglio il suolo pubblico ricoperto dai miei tesori, perché la gente umile ne tragga qualche vantaggio, ma soprattutto per ricordare a tutti che i beni materiali, qui conquistati, qui restano.
3) Voglio le mie mani penzolanti al vento, perché la gente capisca che a mani vuote veniamo e a mani vuote andiamo via.”

Questo episodio ci ricorda e ci insegna che il regalo più prezioso che abbiamo nella nostra vita è il tempo.
Possiamo conquistare, possiamo costruire case e palazzi, possiamo dipingere più quadri e scrivere più romanzi, possiamo accumulare più ricchezze, ma non possiamo produrre più tempo.
E’ per questo che, quando dedichiamo quel po’ di tempo che abbiamo e quel po’ che ci rimane ad una persona che amiamo, al Signore che ci ha permesso di vedere la luce del sole, di amare, di gioire e di soffrire, insomma di vivere, facciamo una grande opera.
Stiamo cioè dedicando a qualcosa e a qualcuno una porzione della nostra vita che non potremo più recuperare.

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