Una scelta di classe

Storie dell'anima

perché pregare

UNA SCELTA DI CLASSE

“Se non me lo lasci fare non potrò andare a scuola! Mi vergognerei troppo… È terribilmente importante, mamma!”. Elena scoppiò a piangere. Era la sua arma più efficace.

“Uffa, fa’ come vuoi…”, brontolò la madre, sbattendo il cucchiaino nel lavello. “Sembrerai un mostro. Peggio per te”.

In altre 23 famiglie stava avvenendo una scenetta più o meno simile. Erano i ragazzi della II^ B della Scuola Media “Carlo Alberto di Savoia”. Per quel giorno avevano preso una decisione importante. Ma gli allievi della II^ B erano 25. In effetti, solo nella venticinquesima famiglia, le cose stavano andando in un modo diverso, Elisabetta era un concentrato di apprensione, la mamma e il papà cercavano di incoraggiarla.

Era la quindicesima volta che la ragazzina correva a guardarsi allo specchio.

“Mi prenderanno in giro, lo so. Pensa a Marisa che non mi sopporta o a Paolo che mi chiama 'canna da pesca'… Non aspetteranno altro”. Grossi lacrimoni salati ricominciarono a scorrere sulle guance della ragazzina. Cercò di sistemarsi il cappellino sportivo che le stava un po' largo.

Il papà la guardò con la sua aria tranquilla: “Coraggio Elisabetta. Ti ricresceranno presto. Stai reagendo molto bene alla cura e fra qualche mese starai benissimo”.

“Sì, ma guarda!”. Elisabetta indicò con aria affranta la sua testa che si rifletteva nello specchio, lucida e rosea.

La cura contro la leucemia che l'aveva colpita due mesi prima le aveva fatto cadere tutti i capelli.

La mamma la abbracciò: “Forza Elisabetta. Si abitueranno presto, vedrai…”.

Elisabetta tirò su con il naso, si infilò il cappellino, prese lo zainetto e si avviò. Davanti alla porta della II^ B, il cuore le martellava forte. Chiuse gli occhi ed entrò. Quando li riaprì per cercare il suo banco, vide qualcosa di strano. Tutti, ma proprio tutti, i suoi compagni avevano un cappellino in testa, si voltarono verso di lei e sorridendo si tolsero il cappello esclamando: “Bentornata Elisabetta!”.

Erano tutti rasati a zero, anche Marisa cosi fiera dei suoi riccioli, anche Paolo, anche Elena e Giangi e Francesca… tutti. Si alzarono e abbracciarono Elisabetta che non sapeva se piangere o ridere e mormorava soltanto: “Grazie…”.

Dalla cattedra, sorrideva anche il professor Donati, che non si era rasato i capelli, perché era pelato di suo e aveva la testa come una palla da biliardo.

La con-passione è amare con il cuore di Dio.

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

Pagato in pieno

Parabole moderne

gesù

PAGATO IN PIENO

Dopo aver vissuto una vita “decente”, il mio tempo sulla terra giunse alla fine.

La prima cosa che ricordo è che stavo seduto su una sedia nella sala d’aspetto di ciò che pensai fosse un’aula di tribunale. Le porte si aprirono e mi comandarono di entrare e di prendere posto al tavolo della difesa. Mentre mi guardavo attorno, vidi l'accusatore, era un malvagio dall'aspetto angelico, il quale ringhiava mentre mi fissava. Sinceramente era la persona più malvagia che avessi mai visto. Mi sedetti e guardai alla mia sinistra, lì c’era il mio avvocato, una persona dall'aspetto gentile e amorevole; mi era molto familiare.

La porta all'angolo si aprì e apparve il giudice, vestito di una tunica lunga, il quale emanava una meravigliosa presenza, mentre camminava verso il suo posto, tanto che non potevo fare a meno di guardarlo.

Quindi disse: "Cominciamo".

L'accusatore cominciò e disse: "Il mio nome è Satana e sono qui per mostrarvi perché quest’uomo appartiene all’Inferno". Continuò mettendo in luce le bugie che dissi, le cose che rubai e quando nel passato tradii il prossimo e altre terribili perversioni, che sono state parte della mia vita e, più lui parlava, più mi sentivo sprofondare giù. Ero così imbarazzato che non riuscivo a guardare nessuno, nemmeno il mio avvocato.

Il diavolo parlava di peccati che avevo completamente dimenticato; ero talmente sconvolto all'udire tutte queste cose che Satana stava dicendo, ma lo ero anche perché il mio avvocato stava seduto in silenzio, senza offrire nessuna forma di difesa.

Sapevo di essere colpevole di quelle cose, ma avevo fatto anche delle cose buone durante la mia vita, non avrebbero potuto esse alla fine riparare i danni che avevo causato?

Satana concluse con forza dicendo: “Quest'uomo appartiene all’Inferno, egli è colpevole di tutto ciò che ho appena detto e nessuno può provare il contrario!”.

Quando fu il suo turno, il mio avvocato prima di tutto chiese se si poteva avvicinare al giudice e gli fu concesso, nonostante la forte obiezione di Satana, ma il giudice gli disse di farsi avanti. Quando si alzò e cominciò a camminare, sono stato in grado di vederlo nel suo pieno splendore e maestà.

Capii perché mi sembrava così familiare. Gesù, era il mio Avvocato, il mio Signore, il mio Salvatore.

Egli si fermò davanti al giudice e dolcemente gli disse: “Ciao, Padre!”.

Quindi si rivolse alla corte: “Satana ha detto bene dicendo che quest’uomo ha peccato, non negherò nulla di ciò che ha detto, ed è vero che la pena per il peccato è la morte e quest'uomo merita di essere punito”. Gesù fece un profondo respiro e si rivolse al Padre suo con le braccia aperte dicendo: “In ogni modo, sono morto sulla croce così che questa persona potesse ottenere la vita eterna e lui mi accettò come suo Salvatore, così che lui è mio!”.

Il mio Signore continuò dicendo: “Il suo nome è scritto nel libro della vita e nessuno può strapparmelo. Satana ancora non l’ha capito del tutto”.

“Quest'uomo non deve essere consegnato alla giustizia, ma alla misericordia”.

Quindi, Gesù riprese il suo posto e tranquillamente fece una pausa guardando suo Padre, poi continuò: “Non c'è altro che è necessario fare. Ho già fatto ogni cosa”.

Il Giudice alzò le Sue potenti mani e diede la sentenza.

Le seguenti parole uscirono dalle Sue labbra: “Quest'uomo è libero. La pena per lui è stata pagata in pieno, il caso è chiuso!”.

Mentre il mio Signore mi guidava fuori, potei sentire Satana infuriato gridare: “Non mi scoraggio, vincerò sul prossimo!”.

Quindi, rivolgendomi a Gesù con gratitudine gli chiesi: “Hai mai perso una causa?”.

Cristo mi sorrise amorevolmente e mi rispose: “Tutti coloro che vengono a me e mi chiedono di rappresentarli, ricevono lo stesso verdetto: “Pagato in pieno”.

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

La strategia dell’asino

Parabole moderne

asino

LA STRATEGIA DELL'ASINO

C'erano una volta un uomo anziano e un vecchio asino.

Un giorno, l'asino cadde in un pozzo ormai esaurito, ma profondo. Il povero animale ragliò tutto il giorno e l'uomo cercò di pensare a come tirarlo fuori dal pozzo. Alla fine, però, pensò che l'asino era molto vecchio, debole, senza contare che da tempo aveva deciso di riempire di terra il pozzo che era ormai prosciugato.

Decise di seppellire là il suo vecchio asino. Chiese a diversi vicini di aiutarlo; tutti presero una pala e cominciarono a gettare terra nel pozzo. L'asino si mise a ragliare con tutta la forza che aveva. Dopo un po', però, tra lo stupore generale, dal pozzo non venne più alcun suono.

Il padrone dell'asino guardò nel pozzo, credendo che l'asino fosse morto, ma vide uno spettacolo incredibile: tutte le volte in cui veniva gettata una palata di terra nel pozzo, l'asino la schiacciava con gli zoccoli. Il suo padrone e i vicini continuarono a gettare terra nel pozzo e l'asino continuò a schiacciarla, formando un mucchio sempre più alto, finché riuscì a saltare fuori.

Una scimmia da un albero gettò una noce di cocco in testa ad un saggio. L'uomo la raccolse, ne bevve il latte, mangiò la polpa, e con il guscio si fece una ciotola

La vita non smetterà mai di gettarci addosso palate di terra o noci di cocco, ma noi riuscíremo a uscire dal pozzo, se ogni volta reagiremo. Ogni problema ci offre l'opportunità di compiere un passo avanti. Ogni problema ha una soluzione, se non ci diamo per vinti.

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

La lettera

Parabole moderne

lettera

LA LETTERA

Questa lettera fu trovata dall'infermiera dell'ospedale sotto il cuscino di un giovane appena deceduto.

"Cara mamma, da alcuni giorni riesco a stare seduto sul letto solo per mezz'ora e per il resto della giornata sono immobilizzato. Il cuore non vuole più battere. Stamattina presto, il professore ha detto qualcosa che suonava come 'essere pronto'. Per che cosa? Certo è difficile morire giovani! Devo essere pronto al fatto che all'inizio della settimana sarò un trapassato: e non sono pronto. I dolori scavano in modo quasi insopportabile, ma ciò che mi sembra davvero insopportabile è che non sono pronto.

La cosa peggiore è che, quando guardo il cielo, è buio. Diventa notte, ma non brilla sopra di me nessuna stella nella quale io possa immergere lo sguardo. Mamma, non ho mai pensato a Dio, ma ora sento che esiste ancora qualcosa che non conosciamo, qualcosa di misterioso, un potere nelle cui mani cadiamo, al quale dobbiamo dare delle risposte. E la mia pena è che non so chi è.

Se solo lo conoscessi! Mamma, ricordi come tu, con noi bambini, camminavi nel bosco, nell'oscurità che stava calando, incontro al papà che tornava dal lavoro?

A volte ti correvamo davanti e ci vedevamo improvvisamente soli. Avanzavano dei passi nell'oscuritá: che paura dei passi sconosciuti! Che gioia quando riconoscevamo che quel passo era quello del papà che ci amava. E ora, nella solitudine, sento ancora dei passi che non conosco. Perche non li conosco?

Mi hai detto come mi devo vestire e come mi devo comportare nella vita, come mangiare, come cavarmela. Ti sei occupata di me e non ti sei stancata di tutta questa preoccupazione.

Ricordo che tu, la notte di Natale, andavi a Messa con i tuoi bambini. Mi ricordo anche della preghiera della sera che qualche volta mi suggerivi. Ci hai sempre indirizzati all'onestà. Ma tutto questo ora per me si scioglie come neve al sole. Perché ci hai parlato di tante cose e non ci hai detto nulla di Gesù Cristo? Perché non mi hai fatto conoscere il suono dei suoi passi, in modo che fossi in grado di accorgermi se è lui che viene da me in quest'ultima notte e nella solitudine della morte? In modo che io sapessi se quello che mi aspetta è un Padre! Come potrei morire in modo diverso…".

"Caro Dio, perché non hai salvato la piccola bambina uccisa nella sua classe?

Distinti saluti, uno studente preoccupato…".

La risposta: "Caro Studente Preoccupato, nelle scuole non mi è permesso entrare. Distinti saluti, Dio".

"Vietato l'ingresso ai cani e a Dio" è il cartello più diffuso oggi.

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

Cicatrici

Parabole moderne

cicatrici

CICATRICI

In un caldo giorno d'estate, nel sud della Florida, un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore quello che stava succedendo. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola, il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre, ma era ormai troppo tardi. La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando il caimano gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. Il coccodrillo era più forte, ma la mamma era molto più determinata e il suo amore non l'abbandonava.

Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise il coccodrillo. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare.

Quando uscì dal trauma, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e gliele fece vedere. Poi, con grande orgoglio si rimboccò le maniche e disse: "Ma quelle che deve vedere sono queste!".

Erano i segni delle unghie di sua madre che l'avevano stretto con forza.

"Le ho, perché la mamma non mi ha lasciato e mi ha salvato la vita".

Anche noi abbiamo cicatrici di un passato doloroso. Alcune sono causate dai nostri peccati, ma altre sono le impronte di Dio quando ci ha sostenuto con forza per non farci cadere fra gli artigli del male.

Ricorda che se qualche volta la tua anima ha sofferto… è perché Dio ti ha afferrato troppo forte affinché non cadessi!

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

Il miracolo

Parabole moderne

perché pregare

IL MIRACOLO

Questa è la storia vera di una bambina di otto anni che sapeva che l’amore può fare meraviglie.

Il suo fratellino era destinato a morire per un tumore al cervello. I suoi genitori erano poveri, ma avevano fatto di tutto per salvarlo, spendendo tutti i loro risparmi.

Una sera, il papà disse alla mamma in lacrime: “Non ce la facciamo più, cara. Credo sia finita. Solo un miracolo potrebbe salvarlo”.

La piccola, con il fiato sospeso, in un angolo della stanza aveva sentito. Corse nella sua stanza, ruppe il salvadanaio e, senza far rumore, si diresse alla farmacia più vicina. Attese pazientemente il suo turno. Si avvicinò al bancone, si alzò sulla punta dei piedi e, davanti al farmacista meravigliato, posò sul banco tutte le monete.

"Per cos’è? Che cosa vuoi piccola?".

"È per il mio fratellino, signor farmacista. È molto malato e io sono venuta a comprare un miracolo".

"Che cosa dici?" borbottò il farmacista.

"Si chiama Andrea, e ha una cosa che gli cresce dentro la testa, e papà ha detto alla mamma che è finita, non c’è più niente da fare e che ci vorrebbe un miracolo per salvarlo. Vede, io voglio tanto bene al mio fratellino, per questo ho preso tutti i miei soldi e sono venuta a comperare un miracolo".

Il farmacista accennò un sorriso triste. "Piccola mia, noi qui non vendiamo miracoli".

"Ma se non bastano questi soldi posso darmi da fare per trovarne ancora. Quanto costa un miracolo?".

C’era nella farmacia un uomo alto ed elegante, dall’aria molto seria, che sembrava interessato alla strana conversazione. Il farmacista allargò le braccia mortificato. La bambina, con le lacrime agli occhi, cominciò a recuperare le sue monetine.

L’uomo si avvicinò a lei. "Perché piangi, piccola? Che cosa ti succede?".

"Il signor farmacista non vuole vendermi un miracolo e neanche dirmi quanto costa… È per il mio fratellino Andrea che è molto malato. Mamma dice che ci vorrebbe un’operazione, ma papà dice che costa troppo e non possiamo pagare e che ci vorrebbe un miracolo per salvarlo. Per questo ho portato tutto quello che ho".

"Quanto hai?", le chiese l’uomo.

"Un dollaro e undici centesimi… Ma, sapete…" aggiunse con un filo di voce, "posso trovare ancora qualcosa…".

L’uomo sorrise: "Guarda, non credo sia necessario. Un dollaro e undici centesimi è esattamente il prezzo di un miracolo per il tuo fratellino!".

Con una mano raccolse la piccola somma e con l’altra prese dolcemente la manina della bambina. "Portami a casa tua, piccola. Voglio vedere il tuo fratellino e anche il tuo papà e la tua mamma e vedere con loro se possiamo trovare il piccolo miracolo di cui avete bisogno".

Il signore alto ed elegante e la bambina uscirono tenendosi per mano. Quell’uomo era il professor Carlton Armstrong, uno dei più grandi neurochirurghi del mondo. Operò il piccolo Andrea, che potè tornare a casa qualche settimana dopo, completamente guarito.

"Questa operazione", mormorò la mamma, "è un vero miracolo. Mi chiedo quanto sia costata…".

La sorellina sorrise senza dire niente. Lei sapeva quanto era costato il miracolo: un dollaro e undici centesimi… più, naturalmente, l’amore e la fede di una bambina.

"Se aveste almeno una fede piccola come un granello di senape, potreste dire a questo monte: Spostati da qui a là e il monte si sposterà. Niente sarà impossibile per voi". (Matteo 17,20).

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

Chiodi

Parabole moderne

chiodi

CHIODI

C’era una volta un ragazzo dal carattere molto difficile. Si accendeva facilmente, era rissoso e attaccabrighe.

Un giorno, suo padre gli consegnò un sacchetto di chiodi, invitandolo a piantare un chiodo nella palizzata che recintava il loro cortile tutte le volte che si arrabbiava con qualcuno.

Il primo giorno, il ragazzo piantò trentotto chiodi.

Con il passare del tempo, comprese che era più facile controllare la sua ira che piantare chiodi e, parecchie settimane dopo, una sera, disse a suo padre che quel giorno non si era arrabbiato con nessuno.

Il padre gli disse: "È molto bello. Adesso togli dalla palizzata un chiodo per ogni giorno in cui non ti arrabbi con nessuno".

Dopo un po' di tempo, il ragazzo potè dire a suo padre che aveva tolto tutti i chiodi.

Il padre allora lo prese per mano, lo condusse alla palizzata e gli disse: "Figlio mio, questo è molto bello, però guarda: la palizzata è piena di buchi. Il legno non sarà mai più come prima. Quando dici qualcosa mentre sei in preda all'ira, provochi nelle persone a cui vuoi bene ferite simili a questi buchi. E per quante volte tu chieda scusa, le ferite rimangono".

Gli esseri umani sono fragili e vulnerabili. Tutti portano un'etichetta che dice: "Trattare con cura, maneggiare con cautela, merce delicata".

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

I tre alberi

Parabole moderne

perché pregare

I TRE ALBERI

In un bosco, in cima alla collina, vivevano tre alberi. Un giorno iniziarono a discutere dei loro desideri e delle loro speranze. Il primo albero disse: "Spero di diventare un giorno lo scrigno di un tesoro. Potrei essere riempito d'oro, d'argento e di gemme preziose. Potrei essere decorato con intarsi finissimi ed essere ammirato da tutti".

Il secondo albero disse: "Io spero di diventare una nave possente. Vorrei portare re e regine attraverso i mari fino agli angoli più nascosti del mondo. Vorrei che per la forza del mio scafo ognuno si sentisse al sicuro".

Infine, il terzo albero disse: "Io vorrei crescere fino a diventare l'albero più alto e più dritto di tutto il bosco. Tutta la gente mi vedrebbe irto sulla cima della collina e ammirando i miei rami contemplerebbe i cieli e Dio, vedendo quanto io gli sia vicino. Sarei il più grande albero di tutti i tempi e tutti si ricorderebbero di me".

Trascorse qualche anno e ogni albero pregava che i propri desideri si avverassero.

Alcuni taglialegna passarono un giorno vicino ai tre alberi.

Uno di questi si avvicinò al primo albero e disse:

"Questo sembra un albero molto resistente, riuscirò sicuramente a venderne il legno ad un falegname". E iniziò a tagliarlo. L'albero era felice perché sapeva che il falegname lo avrebbe trasformato in uno scrigno prezioso.

Giunto al secondo albero, un altro taglialegna disse:

"Questo sembra un albero molto robusto, credo che riuscirò a venderlo ad un cantiere navale". Il secondo albero era felice perchè sapeva che stava per diventare una nave possente.

Quando i taglialegna si avvicinarono al terzo albero, questi era tutto spaventato perchè sapeva che se fosse stato tagliato i suoi sogni non si sarebbero mai potuti avverare. Uno dei taglialegna disse: "Non ho ancora deciso cosa ne farò del mio albero. Ma intanto lo taglierò". E subito lo tagliò.

Quando il primo albero fu consegnato al falegname, fu trasformato in una cassa per contenere mangime per animali. Fu portato in una grotta e riempito di fieno. Ciò non era certamente quello per cui l'albero aveva pregato.

Il secondo albero fu tagliato e trasformato in una piccola barca da pesca. I suoi sogni di diventare una nave possente e trasportare re e regine era terminato.

Il terzo albero fu tagliato in larghe tavole e abbandonato nel buio.

Gli anni passarono e gli alberi dimenticarono i loro sogni. Finchè un giorno, un uomo e una donna giunsero in una grotta. La donna partorì e il neonato fu adagiato nella cassa per il mangime degli animali che era stata fatta con il primo albero. L'uomo aveva sperato di poter costruire una culla per il bambino, ma fu la mangiatoia a divenirlo. L'albero avvertì l'importanza di questo evento e capì che aveva accolto il più grande tesoro di tutti i tempi.

Anni dopo, alcuni uomini erano sulla barca da pesca che era stata realizzata con il secondo albero. Uno degli uomini era stanco e si era addormentato. Mentre si trovavano in mare, un violento temporale li sorprese e l'albero pensò che non sarebbe stato abbastanza robusto per proteggere i passeggeri che trasportava. Gli uomini svegliarono la persona che si era addormentata che, alzandosi in piedi, disse: "Pace". La tempesta si placò immediatamente. A questo punto il secondo albero capì di aver trasportato il Re dei Re nella sua barca.

Alla fine, qualcuno arrivò e prese il terzo albero. Mentre veniva trasportato attraverso le strade, la gente scherniva l'uomo che lo sosteneva. Quando si fermarono, l'uomo fu inchiodato all'albero e innalzato in aria e lasciato morire in cima ad una collina. Quando giunse la Domenica, l'albero capì che era stato abbastanza robusto da stare in cima alla collina e così vicino a Dio, poichè Gesù era stato crocifisso sul suo legno.

Morale: quando le cose non sembrano andare nella direzione che ci aspettiamo, dobbiamo sapere che Dio ha sempre un piano per noi. Se abbiamo fiducia in Lui, non ci farà mancare i Suoi grandi doni.

Ogni albero ebbe ciò che desiderava ma non nel modo che aveva immaginato. Noi non sappiamo sempre ciò che Dio ci ha riservato. Sappiamo, però, che le Sue vie non sono le nostre vie, ma le Sue sono sempre le migliori. 

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

Quanto pesa un bicchiere d’acqua

Parabole moderne

perché pregare

QUANTO PESA UN BICCHIERE D'ACQUA

Siamo all'Università di Berkley, in California. Un professore della Facoltà di Psicologia fa il suo ingresso in aula, come ogni martedì. Il corso è uno dei più gremiti e decine di studenti parlano del più e del meno prima dell'inizio della lezione. Il professore arriva con il classico quarto d'ora accademico di ritardo. Tutto sembra nella norma, ad eccezione di un piccolo particolare: il prof. ha in mano un bicchiere d'acqua.

Nessuno nota questo dettaglio finché il professore, sempre con il bicchiere d'acqua in mano, inizia a girovagare tra i banchi dell'aula. In silenzio. Gli studenti si scambiano sguardi divertiti, ma non particolarmente sorpresi.

Sembrano dirsi: "Eccoci qua: oggi la lezione riguarderà sicuramente l'ottimismo. Il prof. ci chiederà se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Alcuni diranno che è mezzo pieno. Altri diranno che è mezzo vuoto. I nerd diranno che è completamente pieno: per metà d'acqua e per l'altra metà d'aria! Tutto così scontato!".

Il professore, invece, si ferma e domanda ai suoi studenti: "Secondo voi quanto pesa questo bicchiere d'acqua?". Gli studenti sembrano un po' spiazzati da questa domanda, ma in molti rispondono: il bicchiere ha certamente un peso compreso tra i 200 e i 300 grammi. Il professore aspetta che tutti gli studenti abbiano risposto e poi propone il suo punto di vista: "Il peso assoluto del bicchiere d'acqua è irrilevante. Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato". Felice di aver catturato l'attenzione dei suoi studenti, il professore continua: "Sollevatelo per un minuto e non avrete problemi. Sollevatelo per un'ora e vi ritroverete un braccio dolorante. Sollevatelo per un'intera giornata e vi ritroverete un braccio paralizzato".

Gli studenti continuano ad ascoltare attentamente il loro professore di psicologia: "In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato. Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante. Lo stress e le preoccupazioni sono come questo bicchiere d'acqua. Piccole o grandi che siano, ciò che conta è quanto tempo dedichiamo loro. Se gli dedichiamo il tempo minimo indispensabile, la nostra mente non ne risente. Se iniziamo a pensarci più volte durante la giornata, la nostra mente inizia ad essere stanca e nervosa. Se pensiamo continuamente alle nostre preoccupazioni, la nostra mente si paralizza". Il professore capisce di avere la completa attenzione dei suoi studenti e decide di concludere il suo ragionamento: "Per ritrovare la serenità dovete imparare a lasciare andare stress e preoccupazioni. Dovete imparare a dedicare loro il minor tempo possibile, focalizzando la vostra attenzione su ciò che volete e non su ciò che non volete. Dovete imparare a mettere giù il bicchiere d'acqua".

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su

Tiro al bersaglio

Parabole moderne

perché pregare

TIRO AL BERSAGLIO

Il Gufo nei suoi pensieri notturni disse: "Un grande maestro di tiro con l'arco organizzò una gara tra i suoi allievi, per valutare il loro grado di preparazione. Nel giorno fissato, un bersaglio di legno con al centro un cerchio rosso fu legato su un albero ad una estremità della radura. All'estremità opposta, fu tracciata sul suolo una linea, dietro la quale si piazzarono i concorrenti. Un giovane avanzò baldanzosamente, impaziente di dimostrare la sua abilità. Afferrò saldamente l'arco e una delle frecce, poi si sistemò in posizione di tiro. «Posso tirare, maestro?» chiese. Il maestro, che lo fissava attentamente, gli domandò: «Vedi i grandi alberi che ci circondano?». «Sì, maestro, li vedo benissimo tutt'intorno alla radura». «Bene», rispose il maestro, «torna con gli altri, perché non sei ancora pronto». L'allievo, sorpreso, posò l'arco e obbedì. Un secondo concorrente si fece avanti. Prese l'arco e la freccia e mirò con cura. Il maestro si portò di fianco all'arciere e gli chiese: «Puoi vedermi?». «Sì, maestro, posso vedervi. Siete qui vicino a me». «Torna a sederti con gli altri», rispose il maestro. «Tu non potrai mai colpire il bersaglio». Tutti i partecipanti, gli uni dopo gli altri, afferrarono l'arco e si prepararono a scoccare la freccia, ma ogni volta il maestro poneva loro una domanda, ascoltava la risposta e li rimandava al loro posto. La folla sorpresa cominciò a rumoreggiare … Nessuno degli allievi aveva tirato una sola freccia. Allora si fece avanti il più giovane degli allievi. Se n'era stato in disparte, silenzioso. Tese l'arco, poi restò perfettamente immobile, gli occhi fissi davanti a lui. «Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?», gli chiese il maestro. «No, maestro, non li vedo». «Vedi l'albero sul quale è inchiodato il bersaglio di legno?». «No, maestro, non lo vedo». «Vedi almeno il bersaglio?». «No, maestro, non lo vedo». Dalla folla degli spettatori si levò una risata …Come poteva quel ragazzo colpire il bersaglio, se non riusciva nemmeno a distinguerlo dall'altra parte della radura? Ma il maestro impose il silenzio e domandò pacatamente all'allievo: «Allora, dimmi, che cosa vedi?». «Io vedo solo un cerchio rosso», rispose il giovane. «Perfetto!», replicò il maestro. «Tu puoi tirare!» La freccia solcò l'aria sibilando leggera e si piantò vibrando nel centro del cerchio rosso, disegnato sul bersaglio di legno… Nel cuore di ogni essere umano dimora un desiderio: essere felice. Ma questo obiettivo, spesso, non viene "centrato". Schiacciato dagli affanni, dalle preoccupazioni del mondo e dai piaceri "illusori", l'uomo sbaglia il "bersaglio" e non "vede" l'unico obiettivo che dà senso e sapore alla sua vita: Dio.

TORNA ALLA RACCOLTA COMPLETA

Home Torna Su